Le condizioni di vita e di studio degli universitari dagli anni novanta a oggi raccontate attraverso l’indagine Eurostudent (aggiornamento alla Settima Indagine)
Studio e lavoro
5. Studio e lavoro (%)



? Negli anni novanta la quota di studenti che lavorano è aumentata progressivamente.

? Nei primi anni post-Riforma, la quota di studenti che lavorano è diminuita bruscamente.

? Negli anni più recenti, la quota di studenti che lavorano è tornata a crescere e si è stabilizzata sui livelli più bassi del periodo pre-Riforma.

 

Negli anni novanta, la percentuale di studenti che lavorano nel complesso è cresciuta: la terza Indagine Eurostudent registra nel 2000 che gli studenti che lavorano sono diventati la maggioranza. Tale crescita ha avvicinato l’Italia allo standard europeo; infatti, in molti paesi europei (fra gli altri Germania, Olanda, Regno Unito, Austria, Svizzera) gli studenti “tipo” sono studenti che lavorano.

Nei primi anni duemila, la percentuale di studenti che lavorano decresce bruscamente. Tale fenomeno può essere messo in relazione a due circostanze. La prima circostanza è la messa in opera della nuova architettura formativa e in particolare l’avvio dei nuovi corsi di laurea di primo ciclo (DM 509/1999), che ha determinato radicali cambiamenti nell’organizzazione della didattica. In questo processo si è determinata in un certo numero di casi  una parcellizzazione dei corsi/moduli didattici da cui è derivato un aumento del numero medio di ore di lezione che ha ridotto a sua volta il tempo disponibile per un eventuale lavoro. La seconda circostanza rimanda all’età media degli studenti entrati all’università nei primi anni post-Riforma, che sono in gran parte giovani. Poiché l’Indagine ha evidenziato un legame tra l’età e la diffusione del lavoro (vedi sotto), osservando un’età media più bassa di prima viene rilevata anche una minor quota di studenti che lavorano.

La crescita della quota di studenti che lavorano, registrata dall’Indagine negli anni più recenti, può essere ricondotta all’effetto di tre circostanze. In primo luogo, l’attuazione del DM 270/2004 ha comportato una diminuzione del numero di corsi/moduli didattici e una conseguente riduzione della media di ore di lezione, con l’effetto finale di liberare tempo da dedicare eventualmente ad un lavoro. In secondo luogo, l’esperienza collettiva acquisita negli anni (i docenti hanno imparato ad insegnare meglio e gli studenti ad apprendere meglio) determina una più efficiente ed efficace gestione del bilancio del tempo individuale; l’effetto finale è nuovamente la possibilità di liberare tempo da impegnare in attività lavorative. In terzo luogo, alla crescita progressiva dell’età media degli studenti si accompagna un aumento “fisiologico” della quota di studenti che lavorano.

Nonostante le differenze registrate nelle varie edizioni, l’Indagine Eurostudent ha sistematicamente rilevato alcune caratteristiche del lavoro degli studenti, che possono essere considerati come suoi aspetti strutturali: il legame con l’età (al crescere dell’età aumenta progressivamente la quota di studenti che lavorano); il legame con la condizione socio-economica (il ricorso al lavoro è più comune fra gli studenti in condizione sociale non privilegiata); l’effetto delle differenti condizioni del mercato del lavoro locale (il lavoro degli studenti è più diffuso fra gli iscritti nelle università del Centro-Nord); la diffusione delle tipologie di lavoro giovanile (il lavoro saltuario è la forma prevalente fino ai 24 anni, oltre i 27 anni comincia a prevalere il lavoro continuativo).


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